domenica 11 novembre 2012

VERITÀ DÌ RITA BELLACOSA Platone in alcuni dialoghi come il Cratilo e il Sofista cerca di stabilire cosa sia la Verità; Aristotele, nella Metafisica, enuncia due teoremi sulla questione, ormai diventata complessa. Tra i seguaci di Socrate circolano rompicapo e paradossi, come quello di Eubulide di Mileto, noto come «sofisma del mentitore»: «Se menti dicendo di mentire, nello stesso tempo menti e dici la verità». Intanto, stoici ed epicurei sostengono che questa verità si debba cercare nelle sensazioni che sono il manifestarsi stesso delle cose. Pilato, uomo da accampamento più che da biblioteca, pronuncia la domanda che é diventata la più celebre della storia sull’argomento. Tra la fine del XVI secolo e l’inizio del successivo Francis Bacon riprende il quesito evangelico nel saggio Della verità e sostiene che Pilato pronuncia le parole «scherzando», senza «aspettarsi una risposta». Friedrich Nietzsche nell’Anticristo, dopo aver sottolineato che «in tutto il Nuovo Testamento c’è soltanto un’unica figura degna di essere onorata», e questa è appunto Pilato, si scaglia contro la verità. Søren Kierkegaard, qualche anno prima, ha già rovesciato il problema nel suo Esercizio del cristianesimo: «Che a Pilato venga in mente di interpellare Cristo a quel modo, in quel momento, questo prova che egli non aveva assolutamente l’occhio fatto per la verità». Poi, con efficacia, parla della «confusione fondamentale della domanda», la quale non avrebbe potuto «essere più sciocca». Se ne occuperà anche Oswald Spengler nella sua celebre opera Il tramonto dell’Occidente, che tanto dispiace a Benedetto Croce. Egli dice che nella famosa domanda è contenuto tutto il senso della storia. Hans Kelsen, il giurista austriaco tra i più apprezzati del secolo scorso, esamina la scena ne I fondamenti della democrazia e, dopo aver riferito che quel magistrato romano era un «relativista scettico», scrive: «Agì con assoluta coerenza, rimettendo la decisione al popolo». Insomma, Pilato si comportò da «democratico». Sulla verità si è continuato a discutere e riflettere, da Machiavelli in poi. Alla fine del Settecento si verifica un diverbio tra Constant e Kant su come e quando dire la verità. Per il primo si può fare qualche eccezione, per il secondo si deve dire sempre, anche davanti a un assassino. La disputa è irrisolta. TUTTI I DIRITTI RISERVATI. RITA BELLACOSA 2012

giovedì 1 novembre 2012

Una casta relazione sentimentale DI RITA BELLACOSA Emil Michel Cioran, l’intellettuale nichilista di origine rumena, freddo ed austero, arrivato ai settant’ anni s’innamorò perdutamente. Era definito "barbaro dei Carpazi", "eremita antimoderno", "esteta della catastrofe", "apolide metafisico", "cavaliere del malumore cosmico". Egli stesso amava compiacersi di se stesso autodefinendosi sulla carta di identità "idolatra del dubbio", "fanatico senza culto", "eroe dell'ondeggiamento". In un francese forbito e precisissimo esprimeva le sue sentenze nichilistico-gnostiche, da uomo duro e puro simpatizzante del fascismo. Sua la "Genealogia del fanatismo" in cui si colloca, con abbondanti aforismi, ben oltre i discorsi di “animule vagule blandule” del "politicamente corretto". Nel febbraio del 1981 una giovane insegnante di Colonia di filosofia e letteratura gli inviò una lettera di affettuosa ammirazione per il suo L'inconveniente di essere nati. Fu folgorato da lei immediatamente e da uomo duro si trasformò in un indifeso maniaco sentimentale. Eppure era lo stesso uomo che in Sillogismi dell'amarezza aveva scritto «Diffidate di quelli che voltano le spalle all'amore, all'ambizione, alla società. Si vendicheranno di avervi "rinunciato". La storia delle idee è la storia del rancore dei solitari». Lui cambiò per amore. Rispose alla sua "fan", invitandola a Parigi. E lei gli scrisse ancora, una lettera colma di citazioni dotte e la sua foto: capelli sciolti, bocca carnosa, sguardo intenso … Le coeur en hiver di Cioran cominciò a battere furiosamente. Lui stesso le avrebbe confessato un paio di mesi dopo: «Tutto in fondo è cominciato dalla foto, con i suoi occhi, direi». Lei andò ad incontrarlo a Parigi, «cerca di apparire attraente, indossando un abito nero non troppo corto, sotto un lungo cappotto chiaro». I due passano intere giornate insieme, scorazzando per Parigi, assaporando cenette romantiche e parole. Cioran è stordito da lei, e più la desidera, più lei non si concede. Lei ritorna in Germania e lui le scrive: «Ho compreso in maniera chiara di sentirmi legato sensualmente a lei solo dopo averle confessato al telefono che avrei voluto sprofondare per sempre la mia testa sotto la sua gonna». Poi corre da lei in Germania. La vede «vestita di rosso e nero». Lui è innamorato perso, lei sedotta intellettualmente. Maliziosa e spavalda lei continua a sedurlo fisicamente, senza nulla concedere. Lui soffre, la invoca «mia cara zingara». Lei non corrisponde il suo desiderio, dice di non volere scalfire " venerazione e amicizia", parla di autori e di libri, entra nella sua intimità emotiva oltraggiando l’intimità erotica. Stabilisce con lui, dunque, un ambiguo rapporto, corrotto dall’eros di lei che si traduce nel sesso negato . Come tante risate su un sogno triste. RITA BELLACOSA 2012